giovedì 4 giugno 2026

Fede e ragione... in dialogo

“Due eccessi: escludere la ragione, non ammettere che la ragione” 
“L’ultimo passo della ragione umana sta nel riconoscimento che vi sono infinite cose che la superano” (B. Pascal).


Per evitare i due eccessi di una fede “cieca” che esclude la ragione e, all'opposto, di una ragione che ammette soltanto sé stessa, escludendo quindi la fede... bisogna riuscire a far entrare in dialogo queste due realtà... per quanto si tratti, evidentemente, di due interlocutrici assai difficili da mettere d'accordo:

Avere fede in Dio significa infatti credere che Lui, trascendendo questo nostro mondo, trascende anche la nostra ragione... la quale è invece “imprigionata” nelle coordinate spazio-temporali della dimensione materiale in cui ci troviamo, ed è pertanto impossibilitata ad “afferrare” razionalmente Dio, ovvero a “catalogare” nella logica umana la Sua Realtà, i Suoi “Pensieri” e le Sue “Vie” (cf. Is 55,8).
Da parte sua, la nostra ragione è portata a cercare di determinare rapporti logici, a rispondere ad esigenze di sistematicità e/o di rigore scientifico... e non invece a credere a ciò che non è pienamente verificabile sul piano razionale.  

Nella tradizione cristiana, al rapporto tra fede e ragione fa per esempio riferimento l'antico e simmetrico detto “intellego ut credam” (capisco per credere) “credo ut intellegam” (credo per capire)... che evidenzia come ragione e fede, esprimendosi nel rispettivo campo d'azione, possano fare “lavoro di squadra”.
Affinché ciò accada nella propria vita interiore... è però necessario rispettare due fondamentali condizioni:

  • Bisogna che la fede, anziché crescere “cieca” (come la fanno diventare certe umane dottrine religiose), riconosca che la razionalità è anch'essa “contenuta” in Dio.
  • Bisogna che la ragione riconosca il valore della fede, come deve necessariamente fare chi si rende conto che... “ci sono infinite cose che superano” la razionalità umana. 
    Un conto infatti è cercare di dare il più possibile espressione alla propria ragione, mettendo così a frutto questa nostra straordinaria potenzialità... ma tutt'altro conto è invece considerare la propria ragione come l'unico e assoluto criterio di verità... come se la verità dovesse ridursi a ciò che è possibile pensare razionalmente, quando invece esiste una parte della realtà che va ben oltre le nostre capacità razionali.

In sostanza, bisogna che la ragione faccia un “bagno di umiltà” e, con realismo, si riconosca limitata alle umane e quindi imperfette capacità cerebrali e, in quanto tale, che si riconosca impossibilitata ad “afferrare” l'illimitata Realtà di Dio.

Detto ancora in altri termini... la ragione non può negare ciò che la trascende e, per conseguenza, essa non deve mai usurpare lo spazio che nella nostra vita compete alla fede... e quindi anche alla speranza.
Questo spazio è illimitato, perché Illimitato è Dio, che può l'impossibile... al di là di ciò che può pensare la nostra ragione.

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“Arrampicarsi tra le montagne dello scoraggiamento, è impresa ardua. Fa male. 
L’abbattimento interiore, quello vero, ti fa perdere quel briciolo di fede rimasta in qualche angolo del cuore.
Lo scoraggiamento è una conseguenza della razionalità: sì, razionalmente pensi e ripensi a questo o a quel problema, seguendo logiche che spengono la speranza. Ci si può scoraggiare per molti motivi, e di mezzo c’è sempre un ragionamento che ti induce a credere che le cose possono solo andare a finire tristemente in un certo modo logico. A volte manca un elemento, manca la fune per potersi arrampicare con più tenacia: la certezza che la propria razionalità è limitata tra i confini del cervello e non spazia nei cieli di Dio. Dimenticandosi di questa verità, si è preda dello scoraggiamento. Coraggio.”
(Swami Roberto)