AVVISO
Per ricevere il Dono
della Santa Benedizione per l'Anno Nuovo,
è possibile prenotare telefonicamente
entro martedì 5 dicembre 2023

Il Darshan di Swami Roberto





IL "VENTAGLIO" DEL DARSHAN

Durante una conversazione avuta qualche tempo fa con un pellegrino giunto nel Monastero di Leinì... che l'indomani si apprestava a partecipare per la prima volta al Darshan di Swami Roberto... gli ho parlato dell'insieme di significati di questo termine, Darshan, che fino ad allora lui aveva conosciuto solo nel senso induista di "visione del Divino".
Per farlo... ho iniziato dal "ripassare" con lui il punto di vista dell'Induismo, nel quale il termine Darshan deriva dalla radice sanscrita drś, che significa "vedere" ma che, per esempio, da' origine anche all'aggettivo Darśana, che significa...  "che espone", "che mostra", "che sa", "che insegna", "che rivela"...
Questa accezione "didattica" che la radice sanscrita drś prende nel vocabolo darśana... è di fatto corrispondente ad uno dei significati dell'assonante verbo ebraico drsh, che significa "interpretare, spiegare la Scrittura" e dunque indica l'azione del Rabbi che conduce il discepolo a riflettere sui contenuti del Testo Sacro.
Così, in quell'occasione ho spiegato al mio interlocutore come sia in questo contesto concettuale che si trova il termine ebraico Darshan (Darosha nella lingua aramaica) che, oltretutto, è collegato anche ad altri vocaboli.

Per esempio... alla radice verbale drsh è riconducibile il significato della parola ebraica midrāsh (la forma più antica di spiegazione delle Scritture)... nonché quello illustrato dal celebre rabbino francese medievale Rashi, che in un suo dialogo poetico immagina che il Testo biblico si personifichi e dica al lettore: "dorsheni [imperativo dal verbo darash, “cercare”] interpretami... non prendermi alla lettera, cerca, gratta, fruga al di là di me stesso!".

Ecco... il Darshan celebrato in Anima Universale si ricollega a questo "ventaglio" di significati... che scaturisce dalla ricchezza semantica della radice ebraica drsh... che a sua volta "riecheggia" nell'assonante radice sanscrita drś.





ECO NEI CUORI

Numerose volte mi sono chiesto cosa renda così speciale ogni insegnamento che Swami Roberto dona durante i suoi Darshan ed oggi, a distanza di ormai tantissimi anni dalla mia “prima volta”, sono giunto ad una mia personale concezione che vi riassumo così:
Parto innanzitutto dall'aspetto più evidente, costituito dall'inedito sapere con cui Swami porta una luce nuova sulla tradizione spirituale cristiana, determinando così la necessità di coniare ex novo il termine “cristianesimo ramirico”, a designare la specifica dottrina spirituale della Chiesa Anima Universale.
Di volta in volta, Darshan dopo Darshan, ho anche vissuto in diretta ciò che molti altri insieme a me hanno potuto sperimentare, ovvero che il modo peculiare con cui Swami affronta vari temi spirituali, fa assumere un carattere di novità anche a tante verità che “sono vecchie come le montagne”, ma che grazie alle sue parole si mostrano da prospettive inusuali e permettono così di scorgere nuove vette in precedenza celate allo sguardo.
E poi... nei suoi Darshan c'è anche “qualcos'altro”: la vibrazione della sua Voce, la profondità dei suoi sguardi, l'eloquenza dei suoi gesti... il carisma della sua presenza che trasforma ogni mio momento da kronos in kairos, ovvero mi guida ad un tempo di assoluta “qualità” nel quale il mio intelletto comprende, la mia coscienza assimila ed il mio spirito “sussulta” in un modo del tutto speciale, che non trova riscontro in altri momenti della mia vita.
Ma... non è ancora tutto qui: ciò che scaturisce nel Darshan non è una conoscenza che si esaurisce nel “godimento intellettuale” provocato dal raggiungimento della verità...
Io mi accorgo che è un po' come se il mio animo, riscaldato dall'Amore del Maestro, perdesse la sua durezza diventando ricettivo ad una Conoscenza feconda, che lo forgia portandomi a capire non soltanto con l'intelligenza, ma ancor di più con l'intimità.
E' solo attraverso l'amore che una cognizione iniziale può diventare una consapevolezza approfondita, per poi tendere ad avvicinarsi sempre più alla perfezione della divina Conoscenza, ed è proprio questa la grazia che io vedo sprigionarsi dal Darshan di Swami: l'onda d'urto del suo Amore senza limiti che colpisce le anime e, quando trova eco nei cuori, li richiama a Sé, stimolandoli ad amare... sia il prossimo che la Verità di Dio.


ORDINARIA... STRAORDINARIETA'

Negli infiniti orizzonti delle esistenze umane, lo straordinario prende forma in eventi che stupiscono ed emozionano per il loro carattere di eccezionalità rispetto alla prassi del vivere consueto.
Però, la gran parte dei fatti straordinari che una persona può sperimentare nella sua vita sono soggetti ad un comunissimo destino:
le sabbie mobili dello scorrere del tempo a poco a poco li avviluppano... e poi li inghiottono... fino a farli scomparire nell'anonimato dell'ordinarietà.
Accade infatti che un po' alla volta l'essere umano si abitua anche a quelle situazioni straordinarie che inizialmente lo meravigliavano e poi, per il solo fatto di ripetersi, subiscono la legge della consuetudine, che intacca ogni eccezionalità.
Questo è l'inesorabile meccanismo che fa stridere il contrasto tra il meravigliato stupore dei bimbi che affrontano l'avventura della vita... e l'indifferente disillusione di tanti adulti, ormai incapaci di sorprendersi per qualcosa.

Per poter sfuggire a questo ordine naturale delle cose, ci vuole proprio "qualcosa" di Soprannaturale... come il Darshan di Swami Roberto, grazie al quale ogni domenica è possibile fare esperienza... di cosa significa preservare il proprio rapporto con Dio dalle sabbie mobili dell'ordinarietà.


IL LINGUAGGIO
DELLO SPIRITO


Stamattina, pochi minuti dopo la fine del Darshan, mi è venuta incontro una persona proveniente dall'isola caraibica della Guadalupa, giunta per la prima volta a Leinì per incontrare Swami Roberto. Con un viso meravigliato, mi ha raccontato di essere rimasta particolarmente colpita dalle parole di Swami, una chiara e precisa risposta agli interrogativi presenti nel suo animo.
Dopo il Darshan mi trovo spesso a vivere questo tipo di situazione, e sovente accade che, in rapida successione, persone diverse mi esprimono delle sensazioni dal contenuto univoco: "Swami Roberto oggi ha parlato proprio per me, mi sono completamente identificato nelle sue parole"...
"Il Maestro ha praticamente descritto la mia vita, mettendo in luce degli aspetti miei caratteristici, che non ho mai confidato a nessuno"...
"Swami ha risposto con precisione alla domanda che avevo nel cuore quando ieri sono partito da casa per venire a Leinì".Anche oggi, ancora una volta, le parole di Swami Roberto sono state le medesime per tutti... ma nei tutti, "inspiegabilmente", ciascuno ha potuto sentirsi individualmente coinvolto, al punto di pensare che Swami stesse parlando proprio di lui, della sua specifica esperienza di vita, e non di quella di qualcun altro confuso nella folla dei presenti.
Quella che ho vissuto anche oggi è una situazione per me ricorrente che mi richiama "l'aria" della Pentecoste, quel momento lontano nella storia in cui lo Spirito Santo insufflò negli apostoli la capacità di "parlare lingue diverse", trasformando quei primi cristiani negli audaci missionari della buona novella che trasformarono la storia dell'umanità.
"Parlare lingue diverse": non mi viene in mente facoltà più necessaria per superare i muri di incomprensione disseminati tra tante persone che oltretutto, anche quando parlano la stessa lingua, il più delle volte non comunicano tra di loro, perché non si capiscono.
Sul piano spirituale "parlare la stessa lingua del prossimo" non si riduce infatti ad una questione di mera sintonia idiomatica. Si tratta invece della capacità, umanamente ben più ostica, di muovere dei passi su quei sentieri della comprensione reciproca che quasi sempre l'aridità dei cuori trasforma in strade inesorabilmente chiuse.
"Se io parlassi le lingue degli uomini e degli angeli - scriveva Paolo di Tarso - e non avessi la carità, non sarei che un bronzo sonante o un cembalo squillante. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza e se avessi tutta la fede fino a trasportare le montagne e mi mancasse la carità, non sarei nulla".
Alla presenza di Swami Roberto, io colgo la costante dimostrazione di come essere pieni di Spirito Santo significhi proprio essere animati dal fuoco ardente della carità. Questo è il dono prezioso che permette di parlare "lingue diverse", fendendo le barriere dell'incomunicabilità e toccando i cuori.
Così, quando penso alla Pentecoste, io non penso alla discesa dello Spirito Santo, che è già ovunque e dunque non scende e non sale. Penso invece alle fiammelle del grande fuoco della carità che si accende nel cuore e nella mente di quanti chiedono l'aiuto del Paraclito, ovvero di Colui che è già in loro, ma che attende di essere invocato per donare il suo soffio illuminante.
Questo accade ogni domenica mattina quando, durante i darshan del mio Maestro spirituale, la straordinaria Luce della Pentecoste rifulge ai miei occhi, che vedono tanti cuori ravvivarsi al soffio "poliglotta" dello Spirito di Dio. Scorgo i riflessi di questa Grazia divina nell'ineffabile carisma con cui Swami Roberto legge negli animi che si rivolgono a lui... per poi pronunciare le parole universali dello spirito che risvegliano le coscienze giunte a Leinì anche da lontani angoli del mondo.



SEMPLICEMENTE DIVINO

C'è una parola spiritualmente assai sottovalutata: semplicità.
Dare del “semplice” a qualcuno può oggi suonare anche come un'offesa rivolta a chi, secondo l'artificiosa mentalità del mondo, non è all'altezza di essere abbastanza complesso, se non addirittura complicato.
Invece, nella semplicità è custodita l'essenzialità della naturalezza... dell'autenticità dello spirito.Ciò che è semplice è puro, senza artifici né commistioni, ed è proprio la semplicità l'esercizio spirituale più difficile, perché implica la capacità di accettare se stessi, senza compromessi e senza doppiezza alcuna.
La parola semplice deriva dal latino “sem plec” (una sola piega)... ed indica ciò che è lineare, unitario, in contrapposizione a ciò che è invece doppio, eterogeneo, molteplice.
L'uomo moderno sovente rifugge la semplicità proprio perché gli viene comodo indossare le maschere della doppiezza, con le quali cerca di mentire agli altri, oltre che a se stesso, per essere come il mondo lo vorrebbe.
Al contrario, l'essere spirituale è semplicemente se stesso... come Dio, l'Essere perfetto che è semplicità suprema.
Ebbene... questo argomento mi fa pensare ad una frase di Swami Roberto, che spesso ricorda: “Dio è semplice, mentre è l'uomo ad essere complicato”.
Si tratta di una verità di cui si rendono conto quanti hanno la possibilità di partecipare ai Darshan di Swami, sperimentando la “disarmante” semplicità con cui lui parla di Dio e dei grandi temi dell'esistenza umana in modo prima inaudito, capace di sciogliere i nodi di tante umane contorsioni.
Essere al cospetto di Swami significa infatti venire condotti ad esplorare anche le questioni che il comune approccio religioso relega nel campo dei cosiddetti “misteri di Dio”.
Swami parla, ed i suoi insegnamenti semplificano la complessità, facendo ritrovare il bandolo di matasse prima intricatissime, che grazie a lui si svolgono fino mostrare il filo della verità che così diventa chiaramente visibile.
Al termine dei suoi darshan, non di rado mi trovo a raccogliere lo stupore con cui tante persone commentano ciò che hanno sentito... e capito.
“Come ho fatto a non pensarci prima?”... “Non può che essere così!”.
Eh sì... sono in molti a pensare che l'Ashram di Leinì sia un posto... semplicemente divino.


ROCCE SCOLPITE

Nell'incidere una dura roccia, può avere maggiore effetto un soffio di vento che batte con insistenza sullo stesso punto, rispetto ad uno sporadico colpo di piccone assestato con forza.
Questo aspetto della realtà richiama un carattere tipico dell'esistenza umana, nella quale la perseveranza è preziosa alleata per accrescere le possibilità di successo nella più svariate attività.
Non a caso, molti fedeli nelle differenti religioni “moltiplicano” la celebrazione di preghiere ripetute (mantra o giaculatorie che dir si voglia)  nella convinzione che la preghiera prolungata nel tempo produca un risultato maggiore, proporzionato alla sua durata.
Ora... premesso che l'universo della preghiera è una dimensione strettamente personale, nella quale contano innanzitutto dei fattori soggettivi quali la purezza dell'intenzione e l'onestà interiore, è evidente che le preghiere con un significato meramente cumulativo... si svuotano di significato, perché il rapporto con Dio non può essere svilito ad una sorta di “contratto a cottimo”.
Sono invece fruttuose quelle preghiere ripetute che, sventato il rischio di ridursi ad un calcolo “quantitativo”, diventano il modo per ripetere con persistenza un'invocazione a Dio, incidendola nel proprio animo.
Tra le preghiere ripetute i “mantra” sono, come indica il significato del termine sanscrito, “strumenti del pensiero”, vale a dire brevi locuzioni che, nelle differenti religioni, i fedeli ripetono più volte per ribadire le loro intenzioni di preghiera e per focalizzare l'attenzione sull'intenzione stessa.
Però, la ripetizione del mantra serba in sé anche un valore in più, legato all'energia contenuta in ogni parola pronunciata.
Di questo valore fanno esperienza i devoti che, durante il Darshan di Swami Roberto, attingono la potenza  d'Amore custodita nella voce del Maestro, rintocco di Eternità che espande nell'Etere la vibrazione divina e, mantra dopo mantra, scolpisce anche le “rocce” più dure... fin dentro l'anima.


MUSICA PER L'ANIMA

“Il colore è un mezzo per esercitare sull'anima un'influenza diretta. Il colore è come il tasto, l'occhio è il martelletto che colpisce, l'anima è il pianoforte dalle molte corde”
.

Nel suo saggio “Della spiritualità dell'arte”, il celebre pittore russo V. Kandinskij così “dipinge” l'effetto che i colori possono esercitare sull'animo umano.
Per analogia, penso alla “musica” che nasce nella mia anima ogni volta che Swami Roberto, durante il suo Darshan, rivela agli occhi del mio spirito la miriade di colori impressi sul “capolavoro” della realtà di Dio, rendendo visibile l'Invisibile.


IL "PROFUMO" DELLO SPIRITO SANTO

In un commento ad uno dei proverbi biblici “Va' con i saggi e saggio diventerai” (Pv 13,20)... un noto rabbino interpreta questa massima sapienziale con una parabola:
« A che cosa è simile colui che diventerà saggio camminando con i saggi? 
A un tale che era entrato nella bottega del profumiere. Benché quello non gli avesse venduto, né lui avesse acquistato nulla, quando ne fu uscito il suo corpo e i suoi vestiti profumavano, e quel profumo non svaporò per tutta la giornata. 
Per questo si dice: “Chi cammina con i sapienti diventerà sapiente” » (Rabbi Natan, Pirqué Avot, cap.11).L'intuizione deve lavorare un po' per mettere in relazione la saggezza che si può acquisire stando alla presenza di un saggio... con il profumo del quale si può rimanere impregnati entrando da un profumiere.
Infatti, solitamente si intende la saggezza come un'acquisizione frutto della consapevolezza maturata con l'esperienza vissuta... e non come un qualcosa che resta semplicemente appiccicato addosso.
Però, questa ardita metafora di rabbi Natan porta alla luce un aspetto un po' nascosto della realtà: anche chi non riesce ad “acquistare” qualcosa da un saggio sul piano della consapevolezza, accompagnandosi a lui rimane comunque “impregnato” della sua presenza, di cui trascina una sorta di “profumo” nella propria vita.
Questo fenomeno... che in rapporto alla saggezza umana può essere sovente riscontrato... trova peraltro la sua piena applicazione sul piano della Sapienza divina, in presenza della quale è impossibile restare impermeabili... salvo il caso in cui la si voglia espressamente rifiutare con un atto di umana libertà, che Dio sempre rispetta.

Prendendo spunto da questo commento biblico, mi viene ora in mente il darshan di Swami Roberto nel quale... ormai da tanti anni... sono "abituato" a vedere la Sapienza del Maestro toccare le anime, smuovere le coscienze, accendere dei processi di conversione interiore che cambiano la direzione di tante vite...
Però oggi, in particolare, stimolato da questo midrash di rabbi Natan... io penso al fatto che il darshan di Swami “tocca” anche molte persone che non necessariamente “acquistano” la Sapienza divina, ovvero che magari non la integrano nel loro piano cosciente.
Per esempio, a volte alcuni possono partecipare al darshan per mera curiosità... eppure... per il solo fatto di essere stati presenti all'incontro con la Sapienza divina, anche loro poi se ne tornano a casa "profumati" dalla benedizione di una "fragranza" che tonifica le loro esistenze.
Per non parlare poi di un caso che va anche al di là della sopracitata massima biblica... ovvero quello degli ammalati che sono impossibilitati a venire al darshan fisicamente, e sono presenti solo attraverso una foto portata da un loro conoscente... o, addirittura, sono “fotografati” nel cuore di chi prega per loro:
in un modo umanamente inspiegabile, anche queste persone vengono raggiunte "a distanza" da un impalpabile “effluvio divino” che influisce beneficamente sulle loro vite... e questo accade perché, seppur invisibile, assolutamente concreta è la realtà dell'aura e dello spirito.


APPUNTAMENTO CON DIO

"Non bisogna mai mischiare il Sacro con il Profano!"...
Un po' tutti conoscono questo principio, che è antico quanto la religione e trova la sua conferma anche nella radice etimologica della parola “Tempio”... che deriva dal verbo greco témnein (“tagliare”, quindi “delimitare”) e da témenos (“recinto sacro”).
Con il passare dei millenni, l'evoluzione della coscienza religiosa dell'umanità ha fatto sì che questa idea di rigida separazione tra Sacro e profano subisse una naturale evoluzione e, con riferimento in particolare al messaggio cristiano, è risaputo che gli insegnamenti del Rabbi di Nazareth hanno dato una svolta decisiva... "sdoganando" la realtà di Dio da una presenza esclusiva nel Tempio.
Per esempio, scrive l'evangelista Matteo che a quei giusti che chiederanno al Signore in che occasione Lo hanno veduto affamato e gli hanno dato da mangiare, assetato e gli hanno dato da bere... il Figlio dell'Uomo risponderà: "In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me " (Mt 25,37-39) a sancire in modo inequivocabile l'"abc" del culto cristiano: il primo "luogo" in cui lodare ed adorare il Signore è il prossimo che si incontra nella quotidianità.

Questa mattina, mentre stavo "navigando" nel mare biblico dell'Esodo, ho pescato un passaggio dove la tenda dell'alleanza, cioè il Santuario amovibile che il popolo ebraico trasportava nel deserto, viene chiamato  'ohel mo'ed,  ovvero “tenda dell'incontro”.
Come già sapete se avete letto il mio post Mise la sua tenda in mezzo a noi”, si tratta di un'immagine che mi è assai familiare, dal momento che la Cupola di Anima Anima Universale sorge nel punto in cui prima esisteva la Tenda che ha avvolto il mio originario incontro con Dio.

Però, la definizione “tenda dell'incontro” non mi è cara solo per ragioni personali e affettive...
Io trovo che questa espressione contenga in sé anche il modo più bello e veritiero di definire il Tempio, quale punto dell'incontro tra la libertà umana e la Volontà di Dio che, pur restando onnipresente, “convoca” i fedeli nel luogo consacrato al culto.
Infatti, esaminando ancor meglio l'originale espressione ebraica, il termine mo'ed significa “tempo fissato”, “appuntamento” e designa pertanto il Tempio quale Luogo Sacro in cui... nell'ambito del "normale" flusso del tempo... è possibile vivere dei momenti "speciali" di incontro con il Signore, secondo il "calendario" da Lui fissato a beneficio di tutto il popolo dei credenti.
Questa è la prospettiva che ha portato l'Ebraismo a definire il Tempio anche qahal, “convocazione” del popolo da parte di Dio... in un filone concettuale dal quale è scaturito poi il termine greco ekklesia (dal verbo kaléin, “chiamare”), in italiano “chiesa”, che viene usato per definire il Tempio cristiano.

Oggi mi sono dilungato un po' su questo argomento, perché non è affatto scontato che un credente  viva nel modo giusto il suo rapporto con il Tempio.
Per fare un esempio che mi riguarda personalmente, durante la prima parte della mia vita io ho lungamente creduto di poter vivere autonomamente il mio rapporto con Dio, pensando che il mio totale disinteresse per qualsiasi forma liturgica non potesse pregiudicare alcunché della mia vita spirituale.

Poi... quando ho scoperto la mia Anima Universale, gli insegnamenti spirituali della mia Chiesa mi hanno consentito di capovolgere il mio punto di vista sulla questione.
Adesso... la presenza nel Tempio di Anima Universale durante il culto che vi è celebrato, è il cuore della mia Fede... il Luogo privilegiato dell'Epifania di Dio nella mia vita.
Infatti, pur se l'Eterno ovviamente non cessa mai di essere onnipresente, e posso quindi incontrarLo in qualsiasi attimo della mia esistenza... ora però vivo l'appuntamento nel Tempio come un momento più sacro degli altri, perché so che in quel luogo ed in quella precisa "porzione" di tempo la Parola di Dio "convoca" me e tutti i cristiani ramirici che vogliono ascoltarLa.
Poi, ovviamente, è nell'esclusivo "interesse" spirituale di un credente presentarsi "in orario" (meglio ancora se in anticipo) all' "appuntamento con Dio", partecipando con la giusta disposizione interiore....
Ed infine, la "misura" dei frutti che è possibile raccogliere dipende dal modo in cui si usa la propria libertà di Fede, in quell'intimissimo "Luogo sacro" della coscienza individuale... che l'Onnipotenza divina non violenta mai.

Oggi, ad un anno esatto dalla sua apertura, osservo il profilo del Tempio di Anima Universale.
Vedo la Cupola, che universalmente simboleggia la volta celeste, e penso al significato cosmico di quella forma, che richiama la presenza del cielo sulla terra e mi parla della manifestazione del divino nella mia vita.
Questa è l'Area Sacra nella quale Dio mi da' appuntamento e, ogni volta che io mi presento con "puntualità", mi concede udienza, mi risponde, mi benedice... e riempie di energia divina i miei "serbatoi" interiori, con i quali posso così affrontare anche le tappe più lunghe ed impegnative nel viaggio della mia esistenza.




IL DARSHAN... 
PER ME

Tra le novità teologiche apportate dal Cristianesimo rispetto alla precedente visione religiosa... stamattina mi sono soffermato su quella che è espressa nel prologo dell'Apocalisse, dove Dio viene definito come “Colui che è, che era e che viene (Ap.1,8).
Confrontandolo con l'analogo principio presente nella tradizione ebraica, dove l'affermazione divina "Io sono" (Dt.32,39a) veniva resa con la parafrasi "Io sono colui che è, che era e che sarà(Targum P.Jonatan)... a prima vista si potrebbe pensare che tra queste due espressioni non ci sia chissà quale differenza... ma non è così:
Diversamente dall'ebraico "che sarà"... riferito alla rivelazione di Dio alla fine dei tempi... il“che viene” dell'Apocalisse ci parla infatti di un Dio che incessantemente “fa nuove tutte le cose” (Ap.21,5) e che, pertanto, non ammette che ci si possa limitare ad aspettare una Sua rivelazione relegata al futuro, vivendo in un'attesa che vincoli il presente ("che è") al bagaglio delle “cose vecchie” ereditate dalla tradizione ("che era").
Questo fu in realtà l'errore commesso dal popolo di Israele quando, come ci ricorda Giovanni nel suo Vangelo, il Verbo venne “fra i suoi, e i suoi non l’hanno accolto” (Gv.1,11).
La novità di Cristo incontrò infatti un mondo religioso che... vivendo l'attesa del “Dio che sarà” in maniera "cristallizzata" sul passato... non poteva concepire l'incessante “novità” dell'Immanuèl (Mt.1,23), il Dio “che viene” tra noi nel Cristo... il quale, evidentemente, contraddiceva l'immagine messianica tradizionale.

Ebbene... la tentazione di pensare religiosamente con i parametri stereotipati dell'antico, rifiutando per conseguenza il Dio che fa“nuove tutte le cose” (Ap.21,5), è  una inclinazione che ha resistito, inossidabile, al passare dei secoli.
Basti pensare, per esempio, a quanto fossero rimaste ancora inascoltate all'epoca di Gesù le pur chiarissime parole profetiche di Isaia:
“Non ricordatevi delle cose passate, non pensate più alle cose antiche. Ecco, io faccio una cosa nuova: essa già sta sorgendo, non la notate?" (Is. 43,18-19)
Ma, fatto ancor più grave, basti pensare a come questa mentalità abbia saputo “resistere” fino ad oggi, ripresentandosi in quei cristiani che, attribuendo validità soltanto a ciò che è "antico", continuano a vivere una fede "antiquata", fossilizzata nel passato... incapace di riconoscere l'incessante novità del Dio “che viene”, e che continuamente "rinnova la faccia della terra" (Sal. 104,30).

Pensando a tutto ciò... e volendomi oggi avventurare nella mission impossible di riassumere in poche righe il Darshan di Swami Roberto... io posso dire, a fronte di una quasi ventennale esperienza diretta, che si tratta per me dell'irrinunciabile “appuntamento con Dio”, nel quale l'Eterna Parola mi guida a riconoscere l'opera incessante di “Colui che fa nuove tutte le cose”... e stimola il mio intelletto e la mia coscienza a non accontentarsi della consuetudine... mantenendoli dinamicamente aperti al “sempre nuovo” del Signore “che viene”.



LA "LINGUA" DI DIO

Questa mattina, una mia “planata” sul territorio biblico dei Proverbi si è conclusa con un "atterraggio" sulla frase “morte e vita sono in potere della lingua” (Pv.18,21).
Poiché l'esperienza quotidiana ci dice che non è sufficiente parlare per uccidere o per far vivere fisicamente qualcuno, il "cuore" di questa massima sapienziale "batte" al di sotto della superficie letterale, e coinvolge la responsabilità di ciascuno nell'usare il potere della parola per benedire e non per maledire, per seminare il bene e non per spargere il male.
Però, non è semplice per nessuno governare la propria lingua, che spesso si muove a sproposito nei momenti di impulsività o di collera, e che altre volte viene magari tenuta a freno, ma “solo” esteriormente... mentre viene invece lasciata, ahimè, “a briglia sciolta” in un altro piano molto importante:

Molti mettono al mondo dei "mostri". 
Ovviamente non mi riferisco ai bambini, ma ai pensieri!
       (Swami Roberto)

Tanti purtroppo indulgono a questa pratica, pensando che in fondo basti controllare la lingua propriamente detta per “non fare nulla di male”... lasciando così che quella invisibile “bombardi”  con i cattivi pensieri l'esistenza altrui.
In realtà è solo da qui... dal saper educare il proprio modo di pensare... che può nascere la capacità di usare il "potere della lingua" solo per la vita. 

Questo argomento mi fa oggi ricordare una significativa caratteristica dell'ebraico biblico, costituita dal vocabolo “dabar” che vuol dire "parola", ma al contempo anche pensiero ed operatività, a rappresentare la realtà di Dio ben ricordata per esempio dal profeta Isaia: “La parola (dabar) uscita dalla mia bocca non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero” (Is.55,11).
Nel Piano divino, infatti, il perfetto coincidere di pensiero, parola ed azione fa “esplodere” il potere della vita, ed è per questo che... prendendo ad esempio un particolare momento della mia vita religiosa... lo spazio sacro del Tempio si carica, durante il Darshan di Swami, di quel “ qualcosa”  che è molto più facile vivere che descrivere.
In particolare, oggi mi riferisco a ciò che avviene durante la celebrazione dei sacri mantra, quando le parole mie e di tutti i presenti “ricalcano” la Parola di Swami e quindi entrano in comunione con la sacralità del “dabar”, caricandosi del suo potere di vita.
E' proprio questo il potere che adesso mi fa tornare in mente anche le parole dell'angelo del Signore rivolte a Maria, in un versetto di Luca che comunemente è tradotto “nulla è impossibile a Dio” (Lc.1,37)... ma che invece nel testo originale greco è scritto letteralmente “nessuna parola è impossibile a Dio”... ossia nulla è impossibile per la Parola divina.
Ebbene sì... in fondo, per risolvere i problemi della nostra vita, abbiamo bisogno anche di imparare a parlare la Sua “Lingua”.

Per molti è più facile credere nell’esistenza di Dio che accettarne la conseguenza, che l’impossibile può diventare possibile.
           (Swami Roberto)



VISIONE  
"A GRANDANGOLO"


La tradizionale immagine dei Re Magi, che percorrono la via verso Betlemme tenendo un occhio alla strada ed uno alla stella... mi fa oggi venire in mente la necessità, per ciascuno di noi, di tenere un occhio alla ragione ed un occhio alla dimensione soprannaturale, per poter a nostra volta vivere l'Epifania, ovvero per riconoscere la manifestazione di Dio nella nostra vita.
Com'è noto, una delle "vette" più straordinarie della fede cristiana è sintetizzata dall'espressione “Dio è amore” (1Gv 4,8)... ovvero dalla consapevolezza che Lui non rimane irraggiungibile in una austera trascendenza, ma entra pienamente nelle vicende umane attraverso l'incarnazione di Cristo.
Un po' come l'amore umano... che non sarebbe percepito in mancanza di parole, gesti e fatti concreti che lo manifestano... così anche l'Amore di Dio assume forma concreta nell'incarnazione divina, affinché l'umanità possa vedere la sua Epifania.

Con i Re Magi che "viaggiano" nella mia mente, proprio l'idea della visibilità dell'Amore divino mi fa oggi ricordare la radice sanscrita drś (che significa “visione”) seguendo la quale, mi trovo anch'io a percorrere una via che da Oriente porta in Occidente:
Ritrovo infatti questa radice drś sia nel vocabolo darshan con cui la tradizione religiosa orientale identifica la "visione del divino"... sia nel verbo ebraico drsh, che significa  «interpretare, spiegare le Scritture bibliche»... consentendo, a quanti sanno ascoltare, di "vedere" il significato custodito in profondità.

Nel cuore della tradizione biblica trovo dunque la "visione divina" propria dell'Occidente, là dove si trova il Darshan di Swami, celebrato nella "Grotta" della mia Chiesa, Anima Universale.
Per arrivare a questa “Grotta”... alla maniera dei Re Magi anch'io ho dovuto imparare a tenere "un occhio alla strada ed uno alla stella", adottando quella "visione a grandangolo" che gli integralisti della fede e gli estremisti della ragione respingono come se fosse una forma di "strabismo".
Grazie al pensiero spirituale cristiano-ramirico, io invece ho fatto mia questa visione capace di conciliare ragione e fede... e così sono arrivato a destinazione, là dove oggi posso contemplare l'Epifania della Divina Conoscenza che mi nutre con il Sacramento della Parola di Dio.
Buona Epifania... a chi ha orecchie per intendere e occhi per vedere.




LA MIA "AMRITA"

« Om asato mā sad gamaya, (Dall'irrealtà conducimi alla realtà)
tamaso mā jyotir gamaya, (dalla tenebra conducimi alla luce)
mṛtyor mā amṛtaṃ gamaya, (dalla morte conducimi all'immortalità.)
Om shanti shanti shanti»
(Brihadâranyaka Upanishad I, 3,28)

Questa antica preghiera sanscrita di purificazione, proveniente dai Veda e nota come “Pavamana mantra”, dà voce all'anelito del credente rivolto alla vera esistenza (sat), che è conseguita da quanti raggiungono la luce (jyoti) divina che fa fuggire ogni tenebra, interiore ed esteriore.
L'aspirazione all' “immortalità” (In sanscrito “amrita”) che vi è custodita, non va pertanto proiettata al futuro, ma va invece intesa come un superamento della morte da attuare già nel presente mediante la comunione della propria vita interiore con la Vita divina... in una prospettiva che risuona all'unisono con una peculiare concezione teologica che caratterizza il Vangelo di Giovanni.
La possiamo riconoscere con particolare evidenza nel versetto nel quale Gesù annuncia: “Chi ascolta la mia parola e crede a Colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non incorre nel giudizio, ma è passato dalla morte alla vita” (Gv 5,24)*.
Qui il Verbo di Dio è dunque designato come il nutrimento che consente al devoto di passare dalla morte all'immortalità, ed è proprio questa l' “amrita”, il nettare dell'immortalità, che il mio spirito attinge dal Darshan di Swami Roberto.

* P.S. - Riguardo a questo principio teologico giovanneo, noto come “escatologia attuale”, puoi trovare la relativa voce nel Glossario del mio blog "Sui sentieri del Vangelo di Giovanni".


DIVINA BEATITUDINE

Varcando l'ingresso del Tempio ed addentrandomi nel cuore della Cupola... che nella simbologia religiosa tradizionale rappresenta il Monte dell'incontro con Dio... oggi mi torna in mente il celebre monte sul quale Gesù pronuncia le Beatitudini (Mt.5,1-32).
che in Matteo sono 8... così come è un grande 8 sacro la forma della base del "monte" liturgico in cui mi trovo.
Per un po' mi lascio trasportare dal pensiero che proprio qui, ogni domenica mattina, durante il Darshan di Swami il mio spirito incontra la Parola di Dio e dunque sperimenta quella beatitudine (dal latino “beatus”, vale a dire “felice”) che già i filosofi greci definivano come la contemplazione "del vero" (Aristotele) o "del sommo bene" (Platone)...
Poi, pensando in particolare alle 8 beatitudini del Gesù di Matteo... la circostanza che siano proprio 8 mi fa oggi pensare al fatto che questo numero riveste simbolicamente un significato particolare:
Mentre il 7 richiama infatti il riposo sabbatico del 7° giorno ed è quindi rappresentativo della Torah, nonché dell'Alleanza mosaica sancita da Dio sul Monte Sinai... il numero 8 nel cristianesimo primitivo rappresenta l'inizio del Nuovo Testamento.
Per conseguenza, il Monte delle 8 beatitudini simboleggia il Monte della Nuova Alleanza, dal quale Cristo pronuncia il messaggio che, se accolto e messo in pratica, permette ai suoi discepoli di “trasfigurarsi” decretando la morte dell'uomo vecchio e la nascita dell'uomo nuovo.

Pensando a tutto ciò, oggi anche la Cupola di Anima Universale... inserita nell' “otto sacro” che circoscrive il perimetro del Tempio... mi appare come il Monte dal quale gli insegnamenti di Swami danno forma alle “Beatitudini” del cristianesimo ramirico... in una associazione di idee che poi si rafforza ulteriormente se penso alla mia personale storia interiore:
E' stato infatti grazie all'incontro con la Parola divina del mio Maestro spirituale, che io ho concretamente iniziato a sperimentare nella mia vita l' “Alleanza nuova” nel modo promesso dal Signore attraverso il profeta Geremia (Ger.31,33)... cioè "scrivendola nel mio cuore" .
Sì... per me questa Cupola liturgica, che mi avvolge con un abbraccio che mi scalda il cuore, è proprio il “Monte sacro” ai piedi del quale, ad ogni Darshan di Swami, la mia interiorità si nutre di divina Beatitudine.





IL MIRACOLO INTERIORE...

Il miracolo interiore che si compie in te se accogli la Divina Conoscenza, ti rende un privilegiato... anche rispetto a chi, per esempio, potrebbe ricevere la grazia di una guarigione miracolosa... ma poi la vanificherebbe se restasse "ammalato" dentro.






QUESTA MATTINA...

Questa mattina, in presenza del "vento" dello Spirito che soffiava forte durante il Darshan di Swami Roberto, pensavo alla grazia che era concessa a tutti noi, che ne sentivamo la Voce.
Come ad ogni Darshan... quel Vento divino soffia forte per spingerci verso la nostra personale destinazione... ma di certo non possiamo arrivarci se non issiamo le "vele" della nostra fede e della nostra volontà.




DA QUANDO NAVIGO
IN QUESTE ACQUE...


Un antico detto latino dice "Chi non conosce la strada per giungere al mare, gli conviene cercare un fiume che lo accompagni".

Grazie a Dio, io questo fiume l'ho trovato... e mi ha portato al mare della mia fede.
Da quando navigo in queste acque, il cielo è diventato parte di me.





L'INEFFABILITA'
DEL DARSHAN


Sul finire dell'estate del 1996, quando ancora non mi ero consacrato monaco Ramia, scrissi su un foglio le sensazioni provate durante il darshan che Swami Roberto donò quel mattino:

Prendo posto nel tempio e percepisco l'attesa... mia e di quanti sono giunti a Leinì per l'incontro con Swami Roberto. 
Di lì a poco entra il Maestro e la dimensione della Sacralità mi avvolge.
I miei occhi vedono... conducendomi in uno stato di contemplazione che fa sussultare le profondità del mio essere.
Sperimento così l'interiore percezione del Divino, nella piena simbiosi con la realtà soprannaturale che vivifica ogni mio pensiero.
Come dardi di verità, le parole del Maestro frantumano lo specchio dell'illusione, e il reale mi si mostra nella sua evidenza.
Si susseguono le invocazioni... i canti e le danze sacre... i momenti di silenzio.
Ogni attimo si carica di un raggio di Eternità che imbeve di Energia Divina il mio animo.
Tutto è rigenerazione, e le tinte fosche dell'esistenza svaniscono.






DIVINA RIGENERAZIONE

« L'anima è come una povera spiaggia di sabbia che il mondo calpesta, che il minimo vento riga di solchi, che cento cose possono macchiare.
Ma la grazia di Dio viene come una marea. Cancella, liscia, lava e la spiaggia riappare tutta unita, brillante, sotto il sole della gioia.»

Prendo oggi a prestito questa metafora dello scrittore francese René Bazin, per applicarla alla rigenerazione che, durante il Darshan di Swami Roberto, pulisce le “spiagge” interiori di quanti sanno accogliere la marea risanante della sua divina benedizione.



ACCÒSTATI ALLA SAPIENZA
« Accòstati alla sapienza come uno che ara e che semina, e resta in attesa dei suoi buoni frutti; faticherai un po’ per coltivarla, ma presto mangerai dei suoi prodotti.»
(Siracide 6,19)
Ecco un biblico consiglio di cui possono far tesoro quanti hanno la grazia di ascoltare i divini insegnamenti di Swami, durante il suo sacro Darshan.



SACRO BANCHETTO

Gli odierni cellulari danno a chiunque la possibilità di accedere in ogni momento ad una quantità pressoché infinita di informazioni e, paradossalmente, proprio questa “grandezza” tecnologica rende ancor più insidiosa la tentazione di accontentarsi di una “infarinatura di tutto, e di una conoscenza di niente” - come la definiva lo scrittore Charles Dickens - cioè di una acquisizione di notizie tanto “voluminosa” quanto superficiale.
L'effettiva conoscenza della realtà richiede invece la capacità di darsi da fare per sviluppare quel “sapere” che... com'è indicato dal primario significato del termine (dal latino sàpere, “sentir sapore”)... è innanzitutto la capacità di cogliere il “succo” delle cose, prima “masticando” le informazioni con l'approfondimento e poi “degustandole” con la riflessione.
E' questa la prospettiva dalla quale mi viene oggi naturale pensare al Darshan di Swami come al Sacro Banchetto imbandito di divine informazioni... che ogni domenica sono offerte a quanti vogliono “sedersi” per assaporare il “succo” dell'Essere di Dio, oltre che per conoscere se stessi.



PAROLA DIVINA... IN AZIONE

Sin dall’antichità, le principali tradizioni religiose d’Occidente e d’Oriente parlano dell’origine dell’universo riconoscendovi il ruolo fondamentale svolto dalla Parola Divina [a].

In particolare, dalla Bibbia si evince che mediante il Potere della Sua Parola Dio “crea” [b] la realtà del cosmo...

come per esempio ci ricorda il celebre “Dio disse” ritmato più volte nel primo capitolo della Genesi... e come ci ricorda anche il Verbo-Cristo [c] attraverso il quale “tutto è stato fatto”, di cui ci parla il primo capitolo del Vangelo di Giovanni (cf. Gv 1,3) [d].   
Questo “tutto”... nel quale il Potere “creativo”  del Verbo Divino continua ad essere incessantemente all'opera per dare forma alla Vita nelle sue innumerevoli espressioni... è un “tutto” riferito sia al cosmo fisico nel quale ci troviamo, sia all' “universo” interiore di ogni essere umano... che Glielo permette.
Poiché infatti il Padre nostro è Onnipotente, senza però essere mai prepotente e quindi senza mai invadere la nostra libertà... il Potere “creativo” della Sua Parola Divina si manifesta nella nostra vita per colmarla di Luce, Amore e Bene... solo nella misura in cui sappiamo chiederGlielo.
Questo è ciò che abbiamo la Grazia di poter fare la domenica mattina nel Tempio di Anima Universale, ogni volta che...
accogliendo i Divini Insegnamenti donati da Swami...
celebrando con fede le Divine Affermazioni e Invocazioni...
danzando e cantando le nostre lodi al Signore... 
facciamo entrare in profondità dentro di noi la Parola Divina, permettendoLe così di vivificare il nostro “universo” interiore.

---
Nel mio blog “Un mio viaggio nel Soprannaturale sulle impronte di Swami Roberto”, puoi vedere:
[a] Il post « Un concetto religioso “trasversale”: E' la Parola divina che porta ogni cosa all'esistenza »
[c] La voce “Verbo (Logos)” (Nel “Dizionario tematico”) 
---
[d] Nel mio blog "Sui sentieri del Vangelo di Giovanni", vedi Gv 1,3 
---
[b] A proposito del concetto di “creazione”, in questo blog vedi i post:
In principio
Il tempo passa, noi no
Fede "creativa"