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lunedì 2 novembre 2015

Dalla fine di tutto... alla vita eterna

Nell'ultimo mese vi ho raccontato i “passi” nell'oltrevita scaturiti dalle domande di una persona che... partita dall'idea di non poter cristianamente prescindere dal concetto di "resurrezione del corpo"... ha poi "scoperto" nel cristianesimo-ramirico una prospettiva escatologica diversa.
Poiché ho riscontrato che il suo interrogativo iniziale era scaturito da un aspetto che lei dava per scontato... e che invece scontato non è... torno oggi sulla questione per metterne in luce un'ultima sfaccettatura e, per farlo, devo ripartire dalla “vita eterna”... un concetto comparso nella Bibbia “solo” nel corso del II° sec. a.C. dopo che per molti secoli la cultura ebraica aveva concepito un oltrevita in cui “i morti non vivranno più, le ombre non risorgeranno”(Is 26,14)
Anticamente, a Gerusalemme e dintorni si credeva infatti che nel "regno dei morti"... lo shéol... i defunti sarebbero finiti in un abisso oscuro, che per esempio nel libro biblico Qoèlet è così descritto:

"Tutti sono diretti verso la medesima dimora: tutto è venuto dalla polvere e tutto ritorna nella polvere." (Qo 3,20)...  
“I vivi sanno che moriranno, ma i morti non sanno nulla; non c'è più salario per loro, perché il loro ricordo svanisce. Il loro amore, il loro odio e la loro invidia, tutto ormai è finito”.  
(Qo 9,5-6)

Non avendo la concezione di un “aldilà eterno” nel quale i "giusti" sarebbero stati al cospetto di Dio, gli ebrei pensavano che la giustizia divina intervenisse direttamente nelle vite degli uomini, ricompensando il bene e punendo il male da loro compiuto.
Però, di fronte all'osservazione che nella vita delle persone comuni spesso accadeva il contrario, ad un certo punto questa concezione fu messa in discussione, com'è testimoniato anche dalla biblica storia di Giobbe... il “giusto” che, anziché essere “premiato” da Dio, viene sottoposto nella sua vita ad ogni sorta di tribolazioni.
Fu dopo questa "crisi" della tradizionale "dottrina della retribuzione", che comparve nelle pagine bibliche un nuovo e rivoluzionario concetto:
Nel II° sec. a.C. fu infatti introdotta l'idea di un ritorno alla vita dei morti per il giudizio finale, in un cambiamento teologico che fu favorito, dicono gli studiosi, dalla necessità di incoraggiare i martiri ebrei vittime della persecuzione religiosa operata dal terribile dittatore seleucide Antioco IV Epifane.
L'espressione "vita eterna" apparve allora nel Libro di Daniele: “Molti di quanti dormono nella polvere si desteranno: gli uni alla vita eterna, gli altri all'ignominia perpetua” (Dan 12,2)... e poi anche nel II° Libro dei Maccabei, che prometteva la "vita nuova ed eterna" (II Mac 7,9) ad una madre martirizzata insieme ai suoi sette figli.

Questo riassunto alla “velocità della luce” permette dunque di chiarire come, dal punto di vista ebraico, questo concetto di “resurrezione dei morti alla fine dei tempi” divenne “biblico” solo in un'epoca tardiva, nell'imminenza dell'avvento dell'era cristiana.
Infatti... a differenza dei Farisei, che ci credevano, i Sadducei “affermano che non c'è resurrezione” (Mt 22,23).

E' in questo contesto che si inserisce il concetto di "vita eterna"... (di cui vi ho parlato nel post "Al di là della forma... e al di là del tempo")... che Gesu' ha predicato, e che le differenti dottrine cristiane sull'oltrevita hanno poi elaborato teologicamente in modi diversi.
Alcune di queste dottrine, in continuità con il concetto farisaico di "resurrezione dei morti alla fine dei tempi", prevedono una resurrezione di un non meglio precisato “corpo spirituale”, o “corpo incorruttibile”, o "corpo glorificato", o altro ancora e... nello specifico caso della teologia cattolica... si parla di resurrezione della "materia", destinata ad essere "trasfigurata" in una creazione rinnovata. 
Invece, altre dottrine cristiane... ed è il caso del cristianesimo ramirico... contemplano una resurrezione definitiva che riguarda solo l'individualità spirituale, che “ritorna” all'Eternità di Dio oltre lo spazio ed il tempo, interrompendo dunque ogni legame con la materia.

“Qualcuno” giudica questa seconda posizione come incompatibile con la tradizione cristiana... com'era il caso della signora che con le sue domande ha provocato questa mia serie di articoli “escatologici”... senonché, a questa obiezione io oggi "faccio" ulteriormente rispondere anche dallo stesso cardinale Ravasi, cioè dal punto di riferimento teologico della mia interlocutrice, trascrivendo una interessante domanda-risposta da lui pubblicata sull'argomento:

(Domanda) C'è una difficoltà che attraversa il mio pensiero e che mi spinge a ricalcare un tema che immagino Le sia stato spesso proposto: 
come si può adottare una categoria come “risurrezione della carne” (accanto a quella, a mio avviso più logica, di “anima immortale”), miscelando in tal modo materia e spirito, tempo ed eternità? Da qui si potrebbe procedere col rischiare di far “saltare” la stessa escatologia cristiana.
(Risposta del cardinale Ravasi) (...) se vogliamo selezionare i due modelli che hanno maggiormente influito sul pensiero occidentale, dovremmo appunto rimandare a quello ebraico-cristiano della risurrezione, collegato a un'antropologia unitaria “psico-fisica”, e a quello immortalistico greco, legato alla trascendenza dell'anima rispetto alla materialità finita e caduca.
In verità, la fede cristiana ha cercato di fondere questi due approcci, introducendo però l'elemento innovativo della risurrezione di Cristo che intreccia nell'umanità anche la divinità come sorgente di trasformazione della creaturalità. (…) Aveva ragione un teologo del calibro di Karl Rahner quando osservava che « espressioni come “l'anima continua a vivere dopo la morte”, “dopo la sua separazione dal corpo”, e quelle che parlano della “risurrezione del corpo” non indicano necessariamente realtà diverse, ma sono soltanto modelli di rappresentazione diversi per indicare la medesima cosa, e cioè la definitività della storia dell'uomo portata a termine ».
(Card.Ravasi,  "Questioni di fede")

Senza entrare nel merito di questa “fusione”, sulla quale i fedeli cattolici faranno ovviamente le loro valutazioni... io ho voluto comunque citare un estratto di questa risposta perché ammette una questione fondamentale e cioè, come dice giustamente il cardinale Ravasi, che “In verità, la fede cristiana ha cercato di fondere questi due approcci”... e dunque ammette che la dottrina dell'immortalità dell'anima, o immortalità dello spirito che dir si voglia, fa parte a pieno titolo della tradizione cristiana.

Al di là di ciò... quel che è certo è che, in relazione alla mia fede nell'oltrevita, io personalmente sono contento di non dover "fondere" alcunché:
Seguendo la dottrina escatologica del cristianesimo ramirico, posso infatti percorrere una via “diretta” verso la realtà di quella “vita eterna” che... proprio in quanto divinamente eterna... nel mio credo riguarda solo l'immortalità dello spirito, svincolato da ogni legame con i limiti materiali della corporeità. 




P.S. - Immaginando che qualcuno possa obiettare che il punto di riferimento teologico della mia interlocutrice, cioè il cardinale Ravasi, abbia qui espresso “solo” una sua personale opinione, non necessariamente rappresentativa della dottrina cattolica, cito allora anche un articolo del Catechismo cattolico che testualmente recita: “Con la morte, separazione dell'anima e del corpo, il corpo dell’uomo cade nella corruzione, mentre la sua anima va incontro a Dio, pur restando in attesa di essere riunita al suo corpo glorificato.” (Catechismo, art.997)
Io trovo che sia qui espressa, con estrema chiarezza, quella dottrina della “trascendenza dell'anima rispetto alla materialità finita e caduca” a cui faceva giustamente riferimento il cardinale Ravasi.
Pertanto, i cattolici fautori della “risurrezione dei corpi” che vorrebbero a tutti i costi escludere dal cristianesimo il principio dell' “autonomia” dell'anima immortale rispetto al corpo, dovrebbero piuttosto preoccuparsi di capire questo articolo del loro Catechismo che, evidentemente, mantiene in sé il tentativo di “fusione” di cui il cardinale parla nella sua sopracitata risposta.
Di certo... al di là della “confusione” di molti... rimane comunque irrisolto l'interrogativo di cosa si debba esattamente intendere con la cattolica espressione “corpo glorificato”.



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