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lunedì 7 settembre 2015

Il "ponte" con l'Oriente

Immaginando un moderno sondaggio che, con esclusione del traditore Giuda, attesti la "classifica" di gradimento degli altri 11 apostoli rimasti fedeli a Gesù... è facile prevedere che uno degli ultimi posti toccherebbe a Tommaso, passato alla storia con la ben poco lusinghiera nomea dell'incredulo che ha bisogno di mettere il dito nella piaga di Cristo per credere alla Resurrezione. (Gv 20,28)
Chi però non si accontenta di questa tradizionale immagine e legge un po' meglio “tra le righe” della vicenda di Tommaso, può individuare una diversa realtà sostenuta per esempio da alcuni studiosi del Nuovo Testamento, che osservano come anche gli altri apostoli, se fossero stati assenti all'apparizione di Cristo risorto, avrebbero probabilmente reagito con la stessa iniziale incredulità... che anche loro avevano infatti manifestato di fronte alla notizia della Risurrezione comunicata dalle donne (Lc 24,11).
Oltretutto, Tommaso non solo fu colui che si rivolse poi a Gesù con la più alta delle espressioni di fede contenute nei Vangeli “Signore mio e Dio mio!” (Gv 20,28)... ma anche in precedenza era stato lui a distinguersi per la determinazione nel seguire Gesù “Andiamo anche noi a morire con lui” (Gv 11,16), al punto che la sua assenza nel cenacolo al momento dell'apparizione si presta anche ad essere “letta” come la prova che Tommaso continuava coraggiosamente a testimoniare Cristo, a differenza degli altri apostoli, che “per paura dei Giudei” (Gv 20,19) restavano al sicuro chiusi in casa.

Ciò che oggi mi ha indotto a soffermarmi un po' su Tommaso, è comunque la circostanza che lui sia ricordato come l'evangelizzatore dell'Oriente dal momento che, narra la tradizione, fu lui a portare la “Buona Novella” di Gesù in Persia, in Cina e poi in India, dove fondò la prima comunità cristiana.
Il fatto che questo compito sia toccato a lui, cioè all'apostolo che più degli altri ha riconosciuto esplicitamente la divinità di Gesù fino a chiamarLo “Dio mio!” (Gv 20,28), mi fa oggi pensare alle difficoltà che lui avrà senz'altro incontrato per evangelizzare terre così lontane, culturalmente più ancora che geograficamente.

Lasciando un po' briglia sciolta all'immaginazione, quasi mi sembra di vedere gli abitanti dell'India ascoltare le parole di Tommaso riguardo all'uomo-Dio Gesù, interpretandole inizialmente secondo i propri criteri religiosi... cioè pensando che l'apostolo stia parlando loro di un Avatar, vale a dire una "incarnazione divina” nata in Occidente.
E poi, mi immagino l'insistenza di Tommaso nello spiegare meglio la specificità della sua fede in Gesù, e nel presentarLo come Figlio di Dio in una maniera che, ovviamente, si differenzia dalla religiosità indiana... con il risultato, attestato dalla storia, che alcuni accolsero la fede cristiana, mentre molti altri la rifiutarono.
Tra queste due posizioni, ci saranno poi stati anche coloro che, benevolmente, avranno applicato nei confronti di Tommaso il significativo principio contenuto in un passaggio della Bhagavadgītā, nel quale il Dio supremo afferma “Anche i fedeli di altri dèi, che li onorano con fede piena, pure essi non fanno che venerare me, benché non proprio in forma giusta”. (IX,23)

In realtà... io penso che, a parti invertite, anche Tommaso avrà ragionato più o meno allo stesso modo, nel senso che... proponendosi di annunciare il Vangelo a persone così lontane dal punto di vista della mentalità religiosa, anche lui avrà portato l'annuncio di Dio-Padre e di Suo Figlio Gesù nella consapevolezza che l'universale salvezza "in Cristo" va al di là dei "confini" di una conversione dottrinale.
E' proprio questo, infatti, uno dei principi basilari del messaggio evangelico, custodito per esempio in un versetto molto “sottovalutato”, se non chiaramente ignorato, del Vangelo di Giovanni.
Mi riferisco alle parole “affinché chiunque creda, in Lui [Cristo] abbia la vita eterna” (Gv 3,15) che esprimono il principio secondo il quale chi “crede”, magari anche appartenendo ad una religione diversa... ma praticando comunque la rettitudine e l'amore... in Cristo si salva, come per esempio ha ben messo in evidenza anche Monsignor Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea, il quale ha scritto un libro dal titolo "Chi crede, in Cristo sarà salvo" che... guarda caso... corrisponde al modo di pensare dei cristiani ramirici.
Invece, tanti altri cristiani oggi snaturano questo versetto, posticipando la virgola e leggendo “affinché chiunque creda in Lui [Cristo], abbia la vita eterna” (Gv 3,15)... vincolando cioè la salvezza ad una fede dottrinale in Cristo, e coltivando in tal modo quella anti-evangelica chiusura di cui già vi parlai tempo fa nel post “questione di virgole”.
Diversamente da loro... chi contempla una possibilità salvifica anche per le fedi diverse dalla propria, può invece vivere con pienezza il comandamento dell'Amore insegnato da Gesù, praticando la carità cristiana anche nella forma di un dialogo aperto, e senza pregiudizi, con i “mondi” religiosi e culturali più lontani.

Ciò non significa, ovviamente, considerare tutte le vie religiose di pari valore... quanto invece professare la propria fede cristiana quale via più diretta verso l'Unico Dio, Padre e Madre di tutte le genti, senza però disconoscere che anche altri percorsi religiosi possano condurre verso l'unica Meta eterna, purché praticati con rettitudine e amore del prossimo.
Ecco... io sono convinto che proprio questa fosse la fede che animava l'apostolo Tommaso, il cui nome derivava dall'aramaico Taumà, cioè “gemello”... e il cui appellativo in greco, “Didimo(Gv 11,16) aveva l'identico significato.
Non a caso, lui ha infatti costruito il suo ponte cristiano verso l'India usando i "mattoni" di un amore fraterno, “gemello” di quello praticato da Cristo, nonché... aggiungo io... da un'anima che non poteva che essere "universale".



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