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martedì 28 febbraio 2017

Una pagina « scabrosa » del Vangelo

Oggigiorno non tutti sanno che durante i primi secoli dell'era cristiana ci fu una pagina evangelica ritenuta talmente “scabrosa”... da essere a lungo esclusa dai testi dei Vangeli che venivano letti nelle comunità cristiane delle origini... finché, ad un certo punto, trovò ospitalità nel Vangelo di Giovanni.
Si tratta dell'episodio della “donna adultera” (Gv 7,53-8,11) che Gesù salva dalla condanna a morte, e che alla fine Lui congeda dicendo “va' e non peccare più”.
Ancora nel IV secolo, Agostino di Ippona scriveva per esempio che i credenti-uomini membri delle comunità cristiane «Per timore (...) di concedere alle loro mogli l’impunità di peccare, tolgono dai loro codici - cioè i testi dei vangeli - il gesto di indulgenza che il Signore compì verso l’adultera, come se colui che disse “d’ora in poi non peccare più” avesse concesso il permesso di peccare» (Agostino di Ippona, "I connubi adulterini", Libro II, 7).
Dunque, erano soprattutto i credenti-maschi delle comunità cristiane a rifiutare questo brano, perché l'atteggiamento indulgente di Gesù verso la donna adultera rischiava di tradursi... nel concreto... in una morale "tollerante" nei confronti dell'infedeltà coniugale delle loro mogli.
Peraltro... nella mentalità “maschilista” che ancora caratterizzava il primitivo Cristianesimo, questi stessi credenti uomini non avevano invece nulla da eccepire riguardo al grande “assente” di questo racconto, ovvero l'uomo corresponsabile dell'adulterio... il quale non viene minimamente nominato pur se la Legge scritta nel libro biblico del Deuteronomio prevedeva per lui la stessa condanna per lapidazione che spettava alla donna.

In ogni caso... questo "filtro" maschilista non era l'unico aspetto che determinava la suddetta "scabrosità" di questa pagina evangelica e... per addentrarci ancora un po' nella questione... è utile mettere a confronto il comportamento di Gesù nei confronti della "donna adultera", con quello da Lui mostrato in un episodio narrato nel Vangelo di Luca.
Nel racconto lucano, possiamo leggere di una “peccatrice” alla quale Gesù dice “I tuoi peccati sono perdonati”, “la tua fede ti ha salvata; va' in pace!”  (Lc 7,48.50) ... e possiamo osservare come queste sue parole misericordiose siano precedute dal pentimento manifestato dalla donna che, piangendo, bacia i piedi di Gesù e li cosparge con il profumo... manifestando così la sua fede in Lui.

Invece... la donna adultera del brano giovanneo non lascia trapelare nulla della sua disposizione interiore... né riguardo al pentimento, né riguardo alla sua fede in Gesù... e dunque appare “scandalosamente” grande questa misericordia “sulla fiducia” che Lui le accorda:
Congedandola infatti con la frase “Va' e non peccare più”... Gesù rimette a lei stessa il compito di “riabilitarsi” moralmente, invitandola ad usare la sua libertà in modo da non macchiarsi più di quella colpa*. (Vedi anche la nota "P.S. bis" a fine pagina)

Ora... per mettere ulteriormente a fuoco i motivi che storicamente hanno determinato un prolungato ostracismo nei confronti di questo brano, una delle vie percorribili è quella di gettare uno sguardo sulla relativa discussione esegetica... all'interno della quale ho "attinto", a titolo di esempio, alcuni passaggi scritti da due figure di primo piano dell'esegesi cattolica.  

All'interno di un suo esteso commento del brano, il gesuita X.L. Dufour (noto anche quale autore di un Dizionario di teologia biblica usato nelle facoltà universitarie) parla della conclusione di questo episodio scrivendo: «A questo punto Gesù non le dichiara, come ha fatto in Lc 7,48, che il suo peccato è stato perdonato, ma rimanendo sul terreno giuridico su cui si erano posti i farisei le dice. “Neppure io ti condanno”». (X.L.Dufour, “Lettura dell'evangelo secondo Giovanni”, Ed.San Paolo, p.612).
Il fatto qui evidenziato, ovvero che Gesù non dichiara esplicitamente il perdono, assume una particolare rilevanza se si tiene conto che Lui sta parlando con una persona palesemente “peccatrice”... da Lui congedata subito dopo con la frase “non peccare più”.

Un ulteriore elemento di straordinarietà è poi messo in rilievo dal sacerdote cattolico R.Schnackenburg (considerato da Papa Ratzinger il più importante esegeta di lingua tedesca, della seconda metà del XX secolo)... il quale si riferisce al confronto tra il brano di Giovanni e quello di Luca scrivendo:
« La “peccatrice pentita” di Lc.7,36-50 mostra anzitutto di essere pentita e poi è presa da Gesù sotto la sua protezione e rimandata in pace; invece l'adultera riceve senza condizioni il perdono di Dio.

Non occorre essere degli esperti per intuire come questo concetto... ovvero l'idea di un perdono senza condizioni concesso da Dio (e, come abbiamo visto, "non dichiarato" da Gesù)... potesse risultare difficile da conciliare con il concetto di “remissione dei peccati” che la tradizione cristiana-cattolica elaborò nel corso dei secoli... fino a giungere alla concezione del Sacramento cattolico della “Penitenza” (detto anche Confessione, o Riconciliazione) per ricevere il quale il fedele-penitente era chiamato a confessare i propri peccati (la donna adultera non lo fa) e ad esprimere il proprio pentimento, per esempio con il classico mea culpa (lei non ne fa minimamente cenno).
Viene allora naturale immaginare come questi aspetti abbiano potuto influire, e non poco, sulla situazione che il biblista padre Alberto Maggi, anch'egli cattolico, riassume per esempio cosi': "per cinque secoli questo brano di Vangelo non è apparso nella liturgia e fino al 900, quindi sono passati tanti anni, non è stato commentato dai padri (cristiani-cattolici) di lingua greca" (Centro studi biblici "G.Vannucci", sito web).

Osservando poi da vicino due altri passaggi desunti dai commentari degli esegeti sopracitati, è possibile cogliere un ulteriore aspetto assai significativo:
Schnackenburg scrive: “Gesù è chiamato a giudicare. Ma egli non vuole giudicare, ma essere messaggero della misericordia di Dio”. (R.Schnackenburg, "Il Vangelo di Giovanni. Esegesi ed excursus integrativi", Ed. Paideia, 1987, p.311-312).

Poi, Dufour scrive anche:Avendo lasciato a Dio la prerogativa del perdono, (Gesù) impegna la donna ad essergli fedele, l'assoluzione diviene un appello alla conversione. Anch'essa è rimandata alla sua coscienza e a una responsabilità rigenerata: d'ora in poi dovrà vivere in conformità con la liberazione che ha ricevuto”. (X.L.Dufour, “Lettura dell'evangelo secondo Giovanni”, Ed.San Paolo, p.612).

Questi esegeti leggono dunque il comportamento di Gesù osservando che Lui si astiene dal giudicare, ma si fa strumento della gratuita ed illimitata Misericordia divina... e poi che Lui lascia a Dio la prerogativa del perdono... ed entrambi questi concetti si differenziano chiaramente dall'idea di "remissione dei peccati" intesa come l'assoluzione che un sacerdote può concedere (oppure no) in nome di Dio... "giudicando" il penitente e togliendo dunque a Dio la "prerogativa del perdono" che invece Gesù riconosce al Padre, in questo straordinario brano.

Evidentemente... ed è bene sottolinearlo... questo comportamento di Gesù non si concilia con le dottrine secondo le quali un "ministro" religioso può giudicare in nome di Dio, assolvendo o condannando il "penitente", per cui... anche "solo" in relazione a quest'ultimo aspetto... non è difficile immaginare i "pulpiti" dai quali giungevano le pressioni volte ad evitare che di questa pagina del Vangelo, meravigliosamente "scabrosa", si parlasse troppo.

Invece... uscendo adesso dall'alveo della tradizione cristiana-cattolica per entrare nella prospettiva del Cristianesimo-ramirico, e dunque della mia Chiesa... questa pagina evangelica si mostra in tutta la sua bellezza a quanti hanno compreso, per esempio, l'insegnamento donato da Swami Roberto nel brano “PerdonaTi” (Ascoltando il Maestro, Vol.II, pag.57) che oggi, mentre lo rileggevo, mi ha “suggerito” questo mio post.
Infatti, è proprio “mettendo a fuoco” nei miei pensieri i concetti cristiani-ramirici di “Misericordia divina” e di “Giustizia karmica”* [di cui tra l'altro vi ho già parlato nel post “PerdonaTi” pubblicato in queso mio diario]... che mi è tornato in mente il momento in cui Gesù dice alla donna "Neanch'io ti condanno; va' e d'ora in poi non peccare più"... rimettendo così alla sua libertà la possibilità di conquistarsi pienamente il Perdono del Padre Nostro, mediante un comportamento improntato alla rettitudine.
Sì... Gesù non ha invitato questa donna a guardare al suo passato, ma l'ha invece responsabilizzata nei confronti del suo futuro: è proprio lì, infatti, che si trova il perdono di Dio... che qualsiasi "peccatore" può cogliere quando decide finalmente di vivere in "comunione" con la Giustizia e l'Amore che Dio stesso è.
E' questo il modo per rimediare al male commesso: "Va', e non peccare più".  

* P.S. - Su questo tema, puoi anche leggere:
In questo mio blog, i post “Rimetti a noi” , “Karmicamente”  
Nel mio blog “Sui sentieri del Vangelo di Giovanni”, il brano : "Un Gesù... "scandalosamente" misericordioso", Gv 8,10-11 


* P.S. bis - In relazione alla "pericolosità" del fatto che Gesù dica alla donna “va' e non peccare più” senza che lei Gli esprima il suo pentimento... c'è anche chi potrebbe osservare che Gesù poteva leggere l'interiorità di quella donna, e dunque si sarebbe comportato in quel modo dopo aver "visto" il suo pentimento, senza aver bisogno che lei lo esprimesse.
Pur essendo possibile... questa interpretazione qui non si impone... perché in altre parti dei Vangeli si fa espressamente cenno al fatto che Gesù dispone di questa divina conoscenza (per es. cfr.Gv 1,48; Gv 2,24-25)... mentre, in questo caso, l'evangelista non dice nulla al riguardo.
Proprio il fatto che non si faccia qui cenno a questo aspetto... è stata una delle cause di "scabrosità" di questo brano, così lungamente "nascosto" ai fedeli cristiani. 


Puntata successiva: A volo d'ape :-)


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